DOMENICA 01/01/2012 ORE 16.30

LE AVVENTURE DI TINTIN - il segreto dell'unicorno

produzione USA/NZ/BE
anno 2011
regia Steven Spielberg
interpreti  Andy Serkis
genere Animazione/Avventura
durata 107'

 

 
Tintin, giovane reporter alla ricerca di storie sempre nuove da raccontare, questa volta si mette sulle tracce dei forzieri colmi di preziosi custoditi nella stiva di una nave, comandata da un antenato del capitano Haddock, inabissatasi nel fondo degli oceani. Presto il viaggio di Tintin si trasforma in una corsa contro il tempo ed una caccia al tesoro contro avversari sconosciuti.
 

 

 

Autore: Paolo D'Agostini - Testata: la Repubblica

Eccolo l'atteso Tintin di Spielberg (da oggi nelle sale). Atteso per la tecnica tridimensionale applicata alla stessa procedura usata da Zemeckis in Polar Express e in A Christmas Carol: impiego di veri attori ma digitalmente rielaborati, effetto animazione. Atteso perché l'incontro tra l'inventore di Indiana Jones e i fumetti di Hergé, il belga fondatore di una scuola (prima apparizione di Tintin nel 1929) che avrebbe prodotto grandi discepoli come il Jacobs di Blake e Mortimer, è circondato dall'aura della fatalità. Identico gusto per l'ambientazione esotica, per il mistero di luoghi remoti e di tesori scomparsi, stessa fascinazione per le oscure maledizioni malgrado il ferreo razionalismo dell'eroe (lapidaria lezione di giornalismo: alla domanda "perché fai tante domande?" Tintin risponde: è il mio lavoro). Anche se Spielberg, contro l'idea diffusa che il suo eroe un po' scienziato e un po' avventuriero nato a inizio anni 80 discendesse dal fumetto tra le due guerre mondiali, ha candidamente rivelato che fino a quel momento di Tintin non sapeva proprio nulla. Atteso perché è un'ennesima impennata sperimentale del padre di Jurassic Park e di E.T., del più grande inventore di favole dell'ultimo mezzo secolo: attesa amplificata dal fatto che il nuovo traguardo lo ha condiviso con un altro mostro della creazione popolare del nostro tempo, Peter Jackson, coproduttore. L'avventura cinematografica dell'audace reporter dal ciuffo biondo e senza età modellato sulle fattezze di Jamie Bell (Billy Elliot), e del suo inseparabile e astutissimo cagnolino Milu, è frutto della contaminazione tra diversi albi di Hergé (tre, Il segreto dell'unicorno è uno di essi). Tutto inizia in un mercatino delle pulci dove Tintin acquista per una sterlina il modellino di un antico veliero. Che contiene un segreto. Inizialmente ignaro, Tintin capisce di essersi cacciato in un guaio quando una caccia spietata si scatena contro di lui. L'albero maestro contiene un'iscrizione cifrata che porterà a qualcosa per cui il Cattivo è disposto a tutto. Mari tempestosi e deserti aspettano l'impavida coppia destinata a fare squadra con l'etilico capitano Haddock. Molto esotismo, va da sé, mentre resta in ombra quanto di coloniale o francamente razzista nutriva il fumetto originale, non troppo in linea con l'indole politically correct di Spielberg. Spettacolo lussureggiante.

Autore: Maurizio Acerbi - Testata: il Giornale
(...) se ci si limita all'impatto visivo il risultato è notevole. Però, alzi la mano chi si lascia realmente coinvolgere emotivamente da una storia noiosetta (...)

Autore: Federico Pontiggia - Testata: Il Fatto Quotidiano
(...) tecnicamente l'adattamento è superlativo, a tratti fantasmagorico. Ma finisce qui: l'unica vera emozione è nei titoli di testa, con l'E.T. in bicicletta nel logo della Amblin.(...)

Autore: Michele Anselmi - Testata: Il Riformista
(...) La partenza è un po' farraginosa, magari pure per restituire quel mondo un po' buffo di Tintin; ma poi il film decolla, letteralmente, e il segreto dell'unicorno alimenta un'azione frenetica in stile Indiana Jones, con tanto di tedeschi cattivi. (...)

Autore: Alessandra Levantesi Kezich - Testata: La Stampa
(...) è un film incantevole, divertente, godibilissimo.

Autore: Fabio Ferzetti - Testata: Il Messaggero
(...) Il risultato sulle prime lascia perplessi, ma alla lunga conquista. Come spesso accade ai film tratti dai fumetti, il movimento, per giunta esaltato dal 3D, non si sposa al fascino vintage di queste avventure. (...) Ma il pubblico globalizzato resterà incantato di fronte a questa sarabanda di invenzioni che celebra gli incredibili poteri metamorfici del cinema ibrido e ingordo di questi anni.

Autore: Paolo Mereghetti - Testata: Il corriere della sera
No, Tintin non è il «nuovo» Indiana Jones (...). Non ha la stessa capacità di coinvolgere, di «trascinare» lo spettatore dentro la storia, senza aggiungere che in quanto a simpatia l’eroe di Hergé è (per chi scrive) lontanissimo da quello creato nel 1981 da Kauffman e Lucas. (...) continuo a pensare che la tecnica del motion capture non basti da sola a rendere credibili e «realistici» i personaggi e che il sorriso ironico di Harrison Ford sia ancora irraggiungibile per qualsiasi algoritmo digitale.


GIOVEDI' 12 GENNAIO 2012 ORE 21.00

THIS MUST BE THE PLACE

produzione Italia/Francia/Irlanda
anno 2011
regia Paolo Sorrentino
interpreti  Se stesso: David Byrne
Mary: Eve Hewson
Jane: Frances McDormand
Robert Plath: Harry Dean Stanton
Aloise Lange: Heinz Lieven
Dorothy Shore: Joyce Van Patten
Mordecai Midler: Judd Hirsch
Rachel: Kerry Condon
Richard: Liron Levo
Madre di Mary: Olwen Fouéré
Cheyenne: Sean Penn
Ernie Ray: Shea Whigham
Jeffrey: Simon Delaney
genere Drammatico
durata 120'

 

 

Cheyenne, ebreo, cinquantenne, ex rock star di musica goth, rossetto rosso e cerone bianco, conduce una vita più che benestante a Dublino. Trafitto da una noia che tende, talora, ad interpretare come leggera depressione. La sua è una vita da pensionato prima di aver raggiunto l’età della pensione. La morte del padre, con il quale aveva da tempo interrotto i rapporti, lo riporta a New York. Qui, attraverso la lettura di alcuni diari, mette a fuoco la vita del padre negli ultimi trent’anni. Anni dedicati a cercare ossessivamente un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. Accompagnato da un’inesorabile lentezza e da nessuna dote da investigatore, Cheyenne decide, contro ogni logica, di proseguire le ricerche del padre e, dunque, di mettersi alla ricerca, attraverso gli Stati Uniti, di un novantenne tedesco probabilmente morto di vecchiaia.

 

 

Autore: Roberto Escobar - Testata: L'espresso

A cinquanta e più anni Cheyenne (Sean Penn, bravissimo) è un bambino. Come un bambino guarda il mondo: con sorpresa, a occhi spalancati. Ma, ancora come un bambino, del mondo riesce a vedere quello che uno sguardo più disincantato non vedrebbe. Fra questi due estremi - fra un'ingenuità senza difesa e uno stupore incuriosito - si muove il protagonista di "This Must Be the Place" (Italia, Francia e Irlanda, 2011, 118').
Costruendo il proprio film attorno alla figura di una ex rockstar - il titolo viene da una canzone dei Talking Heads, e fra i personaggi c'è David Byrne nella parte di se stesso - Paolo Sorrentino sceglie di rischiare. Invece di ripetere in altra forma "Il divo" (2008), sfruttandone il successo, con l'aiuto del cosceneggiatore Umberto Contarello gira una storia difficile e ambiziosa. Cheyenne è raccontato (e recitato) senza preoccupazioni realistiche. Può darsi che nessuna rockstar, e anzi che nessun uomo gli somigli. Certo però nel suo viso sfatto e reso mostruoso da un trucco ostinato - come se per lui la vita si svolgesse ancora e sempre su un palco, al centro d'uno stadio - si vede e si "riconosce" un dolore profondo.
Giunto all'età in cui non si pensa più a quello che si farà, ma si fanno i conti con quello che si è fatto, Cheyenne è orfano del proprio passato. In particolare, non conosce (e forse non ama) suo padre, ebreo scampato allo sterminio. Alla sua morte ne eredita però il segreto e l'anima, ossia la ricerca durata più di cinquant'anni del suo carnefice nazista. E infatti, con il suo sguardo svagato ed esposto, la ex rockstar attraversa l'America sulle tracce labili di un vecchio tedesco che forse è già morto. Non è (solo) un film dedicato all'orrore del lager, "This Must Be the Place". Nelle sue immagini c'è anche una straordinaria simpatia per la molteplicità imprevedibile di quel che è umano: facce, storie, situazioni, follie, genialità, banalità. E c'è il bisogno profondo di Cheyenne: riconciliarsi. Riconciliarsi con la memoria del padre, in primo luogo. Poi, riconciliarsi con la sua vita trascorsa tutta "in superficie", appunto come su un palco nel centro di uno stadio. E infine riconciliarsi proprio con la vita, trovando il modo di viverla al di là d'ogni trucco ostinato e paradossale. Alla fine ce la fa, Cheyenne: sempre aperto come quello di un bambino, ora il suo sguardo chiaro è illuminato dal sorriso. E ce la fa anche Sorrentino, nonostante il rischio che s'è scelto. O meglio, per il coraggio con cui l'ha scelto.

Autore: Mariarosa Mancuso - Testata: Il Foglio
(...) La forza del personaggio fa dimenticare la trama ridotta al minimo, quasi una serie di comiche intelligenti e sottili. Aveva lo stesso problema "L'amico di famiglia": protagonista azzeccatissimo, finale incerto. Quando Sorrentino troverà uno scrittore di trame all'altezza del suo occhio per i personaggi, nessuno lo fermerà. Già così, in Italia non ha rivali.

Autore: Federico Pontiggia - Testata: Il Fatto Quotidiano
(...) non il suo film migliore, ma il più intelligente per l'export. (...) intimo e universale, lirico e introverso, si guadagna un posto al sole nel cinema che conta.

Autore: Paolo Mereghetti - Testata: Il corriere della sera
L'occhio di Sorrentino isola le persone e le cose, alla ricerca di uno sguardo non contaminato né contaminabile. Quei personaggi e quelle immagini comunicano da sole. Non senti la necessità di dialoghi o di sequenze: quando bucano lo schermo non hanno bisogno di battute o di gag. Vivono per forza d'immaginazione e di immagini. (...) Ma l'originalità dello sguardo a volte perde un po' di sorpresa. (...)

Autore: Giacomo Visco Comandini - Testata: Il Riformista
(...) Mai come in questo caso abbiamo di fronte un profluvio di immagini: carrellate, panoramiche e dolly a ripetizione. Il rischio però è quello di porre la storia al servizio dell'estetica e non viceversa. Ed è proprio ciò che avviene in This must be the place: un film che scalda la vista ma non il cuore. Il suo difetto, paradossalmente, è quello di essere "troppo" perfetto. (...)

Autore: Alberto Crespi - Testata: l'Unità
(...) È un bel film, con una trama ricca e qua e là un po’ misteriosa, e una bellezza visiva abbagliante (la fotografia di Luca Bigazzi fotografa il paesaggio americano come si usava negli anni ’70, ai tempi della New Hollywood). (...)

Autore: Stenio Solinas - Testata: il Giornale
(...) Paolo Sorrentino fa il film più profondo del Festival e regala a Sean Penn il ruolo che potrebbe dargli il premio per la migliore interpretazione.(...)
(...) Splendidamente fotografato, una cifra stilistica ben riconoscibile, le musiche di David Byrne come colonna sonora, This must be the place è un film adulto raccontato con un sentimento da adolescenti. (...)

Autore: Jay Weissberg - Testata: Variety
Stravagante, esilarante, commovente, questo primo film in lingua inglese di Sorrentino è un viaggio mozzafiato e al contempo intimista, interpretato da uno Sean Penn nella sua migliore performance.

Autore: Todd McCarthy - Testata: Hollywood Reporter
Eccentrico, ondivago e, occasionalmente, affascinante e dolce, questo curioso film potrebbe non incontrare il favore di pubblico e critica (...)
L'eccentrica performance di Sean Penn è il punto di forza di un film che sbanda un po' (...)

Autore: Peter Bradshaw - Testata: The Guardian
(...) per tecnica, ambizione e stile, Paolo Sorrentino può ben essere considerato un maestro emergente del cinema italiano. Il suo primo film in lingua inglese è superbamente elegante (...). Non è il film di Sorrentino che preferisco però merita di essere in concorso a Cannes e merita di essere visto per il cameo di David Byrne.


SABATO 14/01/2012 ORE 21.00 - TEATRO           ingresso Euro 5,00

POSTI ESAURITI PER SABATO 14 GENNAIO

LO SPETTACOLO VERRA' REPLICATO  DOMENICA 15 GENNAIO 2012 ORE 21.00

IL FANTASMA DI TEATRO  CONTARINI

produzione LUX
anno 2011
testo e regia Chiara Callegari
interpreti  Marco Contarini - Filippo Zorzan

Segretario - Nicola Zamunaro

Antonia Fontana - Valeria Ruffato

Fantasma - Fabio Lidron

Sarta - Tarsia Urania

Pittrice - Stefania Zuccato

Architetto - Nereo Costa

Dama - Sofia Zuccato

Orfanelle - Lara Barzon, Ilara Boaria, Lara Capitanio, Chiara Cazzola, Sofia Menin, Elena Vialetto

musiche Riccardo Callegari
Coreografie Lara Barzon, Ilaria Boaria
Luci ed effetti speciali Enrico Piasente

Alla luce del recente successo riscosso al suo debutto durante il festival "Veneto: Spettacoli di Mistero", IL FANTASMA DI TEATRO CONTARINI replica il 14 gennaio 2012. 

Piazzola 1680, a Villa Contarini fervono i preparativi per Erginda, spettacolo con il quale si inaugurerà il Teatro Piccolo, il teatro del Loco delle Vergini.

Marco Contarini ha già spedito gli inviti, la librettista Antonia Fontana sta apportando le ultime modifiche al copione, la sarta confeziona gli abiti di scena e le orfanelle del collegio imparano le battute, ma nelle sale della villa si odono strani rumori…

 

 

nformazioni:

Cinema Teatro LUX

teatro@luxcinema.it

Prevendita biglietti presso:

ZAMUNARO cappelleria, accessori uomo via G. Marconi, 6 36043 Camisano Vicentino Vicenza – Italy


GIOVEDI' 19 GENNAIO 2012 ORE 21.00

MIDNIGHT IN PARIS

produzione USA
anno 2011
regia Woody Allen
interpreti  Gil: Owen Wilson
Inez: Rachel McAdams
Paul: Michael Sheen
Carol: Nina Arianda
John: Kurt Fuller
Il signor Fitzgerald: Tom Hiddleston
Ernest: Corey Stoll
Helen: Mimi Kennedy
Salvador Dalì: Adrien Brody
Adriana: Marion Cotillard
La signorina Fitzgerald: Alison Pill
Gertrude Stein: Kathy Bates
Detective Tisserant: Gad Elmaleh
Guida del museo: Carla Bruni
genere Commedia, Sentimentale
durata 94'

 

 

Una famiglia americana è in viaggio d’affari a Parigi. Quando incontra una giovane ed eccentrica coppia di fidanzati, vedrà cambiare sensibilmente la propria vita. Il film è anche la storia del grande amore di un giovane per la città di Parigi e dell'illusione di tutti coloro che pensano che se avessero avuto una vita diversa sarebbero stati molto più felici.

 

 

Autore: Curzio Maltese - Testata: la Repubblica

Per ridere tanto bisogna tornare nei tempi recenti almeno a Scoop, ma forse addirittura a Pallottole su Broadway o agli esordi di comicità pura alla Prendi i soldi e scappa e alla sceneggiatura di Ciao Pussycat, il film durante il quale Woody si è innamorato di Parigi. Midnight in Paris gioca a scacchi con l'intelligenza e lo humour dello spettatore, spiazzandolo con un crescendo di mosse geniali e inattese, situazioni irresistibili e improvvisi cambi di prospettiva. Naturalmente si tratta di un gioco. Ma nulla, si sa, è più serio, complicato e difficile di un gioco. Il plot è meno di un pretesto, com'è negli ultimi Allen. È appena un luogo comune, il rimpianto per un passato idealizzato. Ma allargato a dismisura, fino a diventare un paradosso surreale. Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore della Hollywood più industriale, con aspirazioni da vero scrittore sepolte fra la piscina e il campo da golf. Si trova in viaggio a Parigi con la fidanzata Inez (Rachel McAdams), al seguito di futuri suoceri molesti. In particolare John (Kurt Fuller), il padre della futura sposa, uomo d'affari reazionario, ossessivo sostenitore dei repubblicani dei Tea Party e quindi gravido di sospetti sulla vena artistoide del promesso genero. Annoiato dalla compagnia e dal supplemento di pena di un amico di lei, pedante professorino universitario (Michael Sheen), Gil comincia a vagare solo per la città magica, ad annusare suggestioni del passato e inseguire tracce dei propri miti letterari fra una brasserie e un café. Fino a quando per uno dei tanti corto circuiti spazio temporali di moda nel cinema, stavolta in chiave grottesca, non si trova proiettato nella leggendaria Parigi degli anni 20. Come nella Rosa purpurea il pendolarismo fra mito e realtà, diventa una macchina surreale di trovate. Gil si trova a rivaleggiare con il machismo estremo di Ernest Hemingway e di Pablo Picasso per conquistare la conturbante Adriana (Marion Cotillard), una «grupie dei geni», si riduce a chiedere consigli sentimentali oltre che letterari a Gertrude Stein in persona, a fronteggiare le crisi isteriche di Zelda Fitzgerald e persino a suggerire la trama dell'Angelo Sterminatore a un Buñuel che non riesce a capirla. Di giorno torna alla vita da mediocre di successo e alla sempre più tediosa pratica turistica in compagnia di fidanzata e ciarliero seguito. Il film è un fuoco d'artificio di battute e di talento sparso a piene mani, a cominciare da quello di attori meravigliosi usati per parti anche secondarie. È un divertimento o un vezzo da sempre per Allen, ma anche questo portato al felice eccesso. Una sventagliata di Oscar costella le scorribande di Gil nella Bohème anglo-franco-americana. Indimenticabili sono Kathy Bates nei panni di una dittatoriale Gertrude Stein e Adrien Brody in quelli di Salvador Dalì, animatore di una travolgente riunione di surrealisti. Lo humour e l'eros sono le forze trainanti di un divertimento assoluto. Tutto talmente scintillante da far quasi dimenticare la discreta presenza di Carla Bruni nella parte di una guida, che per mesi è stato il solo motivo di discussione e gossip intorno al film. Con tutto l'amore anche per le opere più cupe e pessimistiche degli ultimi anni, bisogna ammettere che si sentiva la mancanza dell'Allen più lieve e sfrenato. Se è questo lo stato di grazia del settantacinquenne genio newyorkese, c'è soltanto da chiedersi di che cosa sarà capace al prossimo film, a partire dal Fellini e dal Monicelli di Boccaccio '70 e con accanto Roberto Benigni.

Autore: Alessandra Levantesi Kezich - Testata: La Stampa
(...) Allen ha costruito una commedia, Midnight in Paris, che oltre a essere divertente, e parecchio, è anche un’incantata riflessione sulla nostalgia come categoria dello spirito. (...) Ah quant’è bravo Allen a farci ridere e a farci sognare!

Autore: Todd McCarthy - Testata: Hollywood Reporter
Un Woody Allen in ottima forma (...) Il film è conciso ed ha il ritmo accattivante dei migliori film di Allen

Autore: Luis Martínez - Testata: El Mundo
E' tornato l'Allen di una volta (...) Nel film, una inesauribile, brillante, irresistibile sfilza delle sue migliori battute (...)

Autore: Paolo Mereghetti - Testata: Il corriere della sera
(...) L’abilità di Woody Allen come sceneggiatore assicura una serie di battute e gag a raffica, dalle «lezioni» di vita e letteratura fatte da Hemingway allo scambio di idee tra Gertrud Stein e Picasso che discutono di un quadro ultra-astratto come se si trovassero davanti a un ritratto ultra-realista, dalle teorizzazioni di Dalí (Adrien Brody) allo stupore di Buñuel (Adrien de Van) di fronte al soggetto dell’Angelo sterminatore che Gil gli propone «a futura memoria». Ma il vero piacere del film è soprattutto in questa libertà assoluta che offre a Woody Allen la possibilità di «giocare» con una serie di mostri sacri della cultura novecentesca (e ottocentesca anche, visto che c’è anche un «viaggio» nella Belle Epoque, con Lautrec, Degas e Gauguin) senza preoccuparsi di sembrare irriverente o pedante. (...)

Autore: Alberto Crespi - Testata: l'Unità
(...) il film è delizioso, di gran lunga il migliore di Woody almeno dai tempi di Match Point (...)
Midnight in Paris è un delizioso gioco della fantasia, una réverie raccontata con indicibile grazia.(...)
(...) il migliore in campo è Adrien Brody, che disegna un Salvador Dalì semplicemente gigantesco. (...)

Autore: Silvio Danese - Testata: La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno
(...) è un appassionato e divertente gioco di denuncia del bisogno "artistico" della memoria, non privo di sarcasmo sull'idolatria del tempo che fu. E' anche un film sull'emozione sociale del tempo, destinato a escludere una parte di pubblico che non sa di cosa di cosa si sta parlando. (...) Uno dei film più esclusivi di Allen (...)

Autore: Fabio Ferzetti - Testata: Il Messaggero
(...) Ci voleva Woody Allen per dare al Festival di Cannes una apertura adeguata (...) un film-metafora che mette in caricatura uno degli snodi decisivi della cultura contemporanea, stretta fra la necessità di conoscere, frequentare, conservare il passato, e quella di liberarsi dei miti più imbalsamati. O almeno di metabolizzarli a dovere.(...)

Autore: Stenio Solinas - Testata: il Giornale
(...) C’è chi ovviamente dirà che non è il miglior Allen, ovvero l'Allen di ieri e, insomma, l'Allen di un'età dell'oro che spesso e volentieri coincide con quella di chi poi, appunto, lo criticherà... E in fondo, il senso del film è proprio questo: c'è più sterilità nella nostalgia che mancanza di coraggio nell'accettare ciò che il destino ha deciso per noi.(...) Al cliché della Parigi da cartolina turistica, Allen oppone un'altra Parigi da amanti della letteratura, altrettanto stereotipata e quindi sublimamente ridicola. (...) Ciò che fa di Midnight in Paris un film toccato dalla grazia è la delicatezza con cui il regista racconta tutto questo: il tono leggero con cui si diverte a mischiare i ruoli, invertite le situazioni, far esplodere le contraddizioni. (...


GIOVEDI' 26 GENNAIO 2012 ORE 21.00

SCIALLA

produzione Italia
anno 2011
regia Francesco Bruni
interpreti  Bruno: Fabrizio Bentivoglio
Luca: Filippo Scicchitano
L'ex pornostar: Barbora Bobulova
Professoressa Di Biagio: Raffaella Lebboroni
Poeta: Vinicio Marchioni
Carmelo: Giuseppe Guarino
Prince: Prince Manujibeya
Marina: Arianna Scommegna
Valerio: Giacomo Ceccarelli
genere Commedia
durata 95'

 

 

Luca è un quindicenne romano, irrequieto, cresciuto senza un padre e inconsciamente alla ricerca di una guida. Bruno, ex insegnante solitario e schivo, ha scelto di vivere scrivendo biografie di attori, veline, calciatori, pornostar e dando lezioni private. Luca è uno dei suoi allievi, allegro, vitale, attratto da una mitologia un po’ criminale che lo porta a mettersi nei guai. Sono padre e figlio, ma non lo sanno. Finché la madre di Luca non lo rivela a Bruno, facendogli promettere di mantenere il segreto e glielo affida per sei mesi.

 

 

Autore: Roberto Escobar - Testata: L'espresso

In tempo di crisi, non stupisce che il commesso Larry Crowne (Tom Hanks, attore e regista, poveraccio) venga licenziato dai suoi perfidi datori di lavoro. Né stupisce che, iscritto di nuovo all'Università, si prenda una cotta per la professoressa Mercedes Tainot (Julia Roberts, inattendibile ma gustosa). E ancor meno stupisce che poi la sceneggiatura non sappia che pesci pigliare. Tutto il resto invece stupisce. Ma non si tratta di un complimento.

Autore: Maurizio Acerbi - Testata: il Giornale
(...) Una favoletta bella e buona, insomma, raccontata, da Hanks, alla Frank Capra ma senza averne le sue capacità narrative. Qui, poi, si esagera a pensare positivo. (...)

Autore: Maurizio Porro - Testata: Il corriere della sera
(...) Nell’opera seconda dello stesso Hanks tutti sono buoni, impotenti e ingenui, ma la sceneggiatura di Nia Vardalos va in panne e la storiella zoppica senza una sorpresa. (...)

Autore: Roger Ebert - Testata: Chicago Sun-Times

(...) La sceneggiatura va avanti troppo calma fino a oltrepassare la noia (...)

Autore: John Anderson - Testata: Wall Street Journal
(...) Per quanto sia difficile disprezzare il signor Hanks, non ci vuole molto per sviluppare un'avversione verso Larry Crowne, presunta commedia assemblata da mr. Hanks, dal suo regista mr. Hanks, dal produttore mr. Hanks e il suo co-sceneggiatore, mr. Hanks. Un'esperienza dolorosa (...)

Autore: Kirk Honeycutt - Testata: Hollywood Reporter
(...) Sembra il pilot di una sit-com (...) C'era un qualcosa di più significativo e forse dark nella storia che Hanks sognava di portare in scena (...) Forse l’attore e regista ha scelto la compagna sbagliata per scrivere la sceneggiatura (…) Determinati a cercare risate facili, hanno finito col minare qualsiasi altra possibilità di raccontare una storia che abbia sostanza (...)

 

 

 

 

Giovedì: ingresso con tessera o biglietto 5,50 Euro

 Domenica: ingresso con biglietto 4,50 Euro

Altri giorni: ingresso con biglietto 5,50 Euro (prime visioni € 6.00)

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